Brugnaro dove sei?!? – #statemale

Dopo la pioggia di schiaffoni ricevuti sotto forma di referendum, ricorsi contro le valutazioni e la denuncia (per le sentenze, vedremo…) di comportamento antisindacale, l’Amministrazione si è ritirata in attesa che la tempesta passi. Ma le malefatte compiute sono ben chiare. E la tempesta non passa!!

Amministrazione...state male!Amministratori..state male! Sulle malattie vi siete incartati!

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Ricordiamo che i colleghi che hanno chiesto il rispetto delle esigenze di cura previste dalle leggi nazionali (e dalla Costituzione!) hanno ancora le assenze segnate in rosso in SSD (parliamo del 2016!) senza che l’amministrazione faccia un qualsiasi passo.

L’Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Venezia, da noi interpellato per un parere sulla questione, ha dichiarato chiaramente che quanto richiesto dall’amministrazione in termini di certificazioni non può essere rilasciata dal medico di base*.

La nostra amministrazione, “efficientista” in modo alquanto imbarazzato e imbarazzante, non sa come venirne fuori e nel dubbio pubblicamente tace, ma dagli uffici giungono spifferi assordanti! Tali sono infatti le indebite pressioni verbali che hanno subito e subiscono i colleghi che avevano correttamente seguito le nostre indicazioni per esigenze di cura e visita medica specialistica, da richiesta di un giorno di malattia al “consiglio” invece di giustificare l’assenza con un giorno di permesso personale o in recupero ore.

Non sono bastate due diffide e nemmeno un parere di un Ordine professionale. L’amministrazione si fa forte (si faceva forte visto che tace da mesi) di un parere dell’ANCI, che nessun valore legale può avere.

Di fronte a chi altri volete mettervi in ridicolo?

Invitiamo i colleghi ad andare avanti e rimandiamo in allegato le istruzioni per richiedere un giorno di malattia come giustificativo dell’assenza dal servizio per espletamento di visite/terapie.

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Ditelo: sulle malattie vi siete incartati! #statemale

 

Cobas – Lavoratori autorganizzati del Comune di Venezia

 

* Dal parere dell’Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Venezia: “[…] il certificato di malattia rilasciato dal Medico di Medicina Generale (MMG) per giustificare l’assenza dal lavoro di un dipendente consiste nell’attestazione di uno stato morboso tale da impedire al paziente di fornire la sua prestazione lavorativa per l’intera giornata e per tutte le giornate ritenute necessarie alla guarigione. Il certificato prevede infatti l’indicazione di una diagnosi (per il paziente) e di una prognosi (per il paziente e il datore di lavoro). Da ciò si evince che tale certificazione (certificato di malattia) non ha nulla né può avere a che fare con l’assenza dal lavoro utile all’espletamento di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici, per il quale è espressamente previsto il rilascio di apposite attestazioni da parte delle strutture di riferimento. […]“.

Colpito nel segno: missiva respinta al mittente e risposta con i ricorsi in massa!

Brugnaro, lettera respinta!Riceviamo con piacere la (oscena!) lettera del Sindaco Brugnaro…e la rispediamo al mittente!

Non tanto per le belle parole di facciata su quanto rispetti i lavoratori e le lavoratrici del Comune di Venezia e di come intenda premiarne il lavoro svolto, ma perché evidenzia che i numerosi ricorsi dei dipendenti contro il sistema della valutazioni hanno colpito nel segno! Da bravo opportunista e imbonitore, il Sindaco prova a richiamare a sé le “pecorelle” che si sono smarrite per stare dietro ai “sindacalisti”, già più volte vilipesi, proponendo, lui, inaccoglibili atti di fede.

Vi invitiamo quindi a respingere questo nuovo tentativo di manipolazione a base di bastone e carota inviando il ricorso predisposto dalla RSU contro il meccanismo di valutazione illegittimo e offensivo.

In questa pagina trovate i moduli e le istruzioni per presentare il ricorso.

La realtà dei fatti la conosce bene anche il più disattento dei dipendenti, perché è quella che ognuno di noi quotidianamente vive.

È realtà la situazione dei 120 precari volontariamente lasciati a casa da questa amministrazione.

È realtà la situazione delle centinaia di dipendenti parcheggiati in attesa di nuovi indirizzi da questa amministrazione, a partire dai molti ex dipendenti delle ormai abolite municipalità.

La realtà infine si presenta crudamente il 21 di ogni mese nella forma di un cedolino sempre più magro, già decurtato a tre quarti rispetto a quanto veniva corrisposto fino a non più di tre anni fa, anche in conseguenza delle scelte fatte da questa amministrazione.

Immaginiamo in effetti che la realtà del Sindaco Brugnaro sia abbastanza diversa da quella descritta sopra, ma per sommi capi la nostra è questa.

Forse il Sindaco si è risentito perché non tutti i lavoratori hanno deciso di seguirlo nel suo “gioco a premi”, quello delle idee vincenti e delle eccellenze che serve solo a mettere in competizione tra loro i lavoratori per spartirsi la sempre più magra torta del salario accessorio. Ma l’alone di opacità che circonda questo sistema di valutazione, non essendo mai stati individuati criteri chiari ed oggettivi, evidentemente non ha convinto, perché permette troppo facilmente di scambiare il merito per piaggeria verso il potente di turno, confondendo irrimediabilmente le due categorie a discapito innanzitutto dei meritevoli.

Come Cobas insistiamo nel segnalare come la definizione di talento sia quantomeno equivoca non essendo oggettivamente misurabile e ribadiamo quanto già proposto in passato, ovvero di considerare le competenze e capacità professionali, riconoscibili e verificabili, oltre che ampliabili nel numero, e nell’efficacia dell’organizzazione gestionale dei processi: più questa è efficiente, più il beneficio delle competenze interne al sistema sarà maggiore. Più l’organizzazione dei processi lavorativi sarà correttamente impostata, più ci sarà la possibilità di aumentare le capacità professionali di ognuno, creando così un circolo virtuoso, potenzialmente a crescita costante.

Forse, ancora, a Brugnaro sfugge che i dipendenti pubblici hanno ben chiaro che i loro interlocutori finali non sono certo il Sindaco o l’Assessore di turno, ma i cittadini, con i quali tentano di mantenere un rapporto positivo, nonostante che le sue continue uscite sui mezzi di comunicazione e sui social, costantemente denigratorie nei loro confronti, non aiutino certo a questo scopo. Ed è proprio per onestà e rispetto verso i cittadini, che intendono denunciare e perseguire, anche per vie legali, ciò che ritengono ledere i principi di legalità, correttezza, trasparenza. E non certo per “ubbidire a sindacalisti politicizzati”, ma nel pieno rispetto dei principi democratici e del diritto Costituzionalmente riconosciuto, sia per i dipendenti che per i rappresentanti sindacali, di esprimere la propria contrarietà rispetto a scelte datoriali ritenute controproducenti, dannose, offensive della propria dignità lavorativa, o addirittura illegittime.

E’ in questo senso che, come lavoratori e lavoratrici di questo ente, respingiamo al mittente la missiva del Sindaco.

Chiudiamo con il ricordare al Sindaco il significato della parola “trattativa”, da lui pomposamente richiamata, sulla quale evidentemente abbiamo due concezioni abbastanza diverse. Trattativa (da la Treccani) è la fase preliminare e preparatoria di un contratto, di un accordo, di un patto o di un trattato, nella quale con una serie di incontri e di colloqui, di discussioni, di proposte e controproposte, se ne concorda la forma definitiva.

Nel precisare di seguito, per dovere di verità, i reali fatti avvenuti durante la sua amministrazione in materia di trattativa sindacale, consigliamo al Sindaco e ai suoi delegati di parte pubblica di imparare a sedersi al tavolo con maggiore disposizione di dialogo, maggiore propensione a motivare in modo serio e puntuale le proprie scelte, maggiore capacità di presentare nei tempi delle proposte chiare sulle quali instaurare una trattativa costruttiva per tutti. Solo in queste condizioni, come RSU Cobas, nell’esclusivo interesse dei lavoratori e lavoratrici che rappresentiamo, siamo disponibili a sederci intorno a quel tavolo.

Cobas – Lavoratori autorganizzati del Comune di Venezia

 

Tabella di confronto fra le “realtà” divergenti (clicca per ingrandire)

Colpito nel segno tabella

[DOC] “CI VORREBBERO LE MAZZE” – Sicurezza e spazio pubblico durante il mandato Brugnaro

A più di un anno dall’insediamento della giunta Brugnaro proviamo a fare un bilancio provvisorio delle politiche e sulle azioni che hanno caratterizzato l’azione amministrativa sul tema della sicurezza pubblica. Politiche ed azioni basate principalmente sulla militarizzazione dello spazio pubblico e sulla persecuzione delle categorie socialmente più fragili che non sembrano dare i frutti promessi in campagna elettorale.

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“CI VORREBBERO LE MAZZE”

Sicurezza e spazio pubblico durante il mandato Brugnaro

 

Sin dalle prime battute di campagna elettorale la sicurezza è stata uno dei cavalli sui quali Luigi Brugnaro ha scommesso per la cavalcata vittoriosa verso Ca’ Farsetti e uno dei temi sui quali più si è impegnato da sindaco nella politica locale e nazionale. Sarà quindi sicuramente utile dopo più di un anno di governo tentare di ricostruire l’insieme delle politiche e delle azioni messe in campo e cercare di verificarne gli esiti.
Il sindaco non difetta di schiettezza: il pensiero in termini di sicurezza è stato espresso dal diretto interessato in varie occasioni, tra cui durante l’ultimo festival della politica con il Ministro della Giustizia Orlando e con i sindaci di Verona, Vicenza e Treviso. In estrema sintesi, il pensiero del sindaco è che il “degrado” si possa combattere e la sicurezza urbana raggiungere, facendo rispettare le elementari regole di decoro urbano come il divieto di gettare sigarette o cartacce per terra o quello di lordare strade e piazze in occasione di manifestazioni o anche di celebrazioni come ad esempio le lauree. Per far rispettare queste regole, Brugnaro ha invocato più volte la concessione di poteri di polizia per se stesso e per i primi cittadini d’Italia, pena l’inutilità dell’azione repressiva. Più volte ha invocato la possibilità di poter chiudere in cella di sicurezza e di far rilasciare dietro cauzione tutti quei soggetti colpevoli di comportamenti devianti come ad esempio ubriachezza molesta, scippo, accattonaggio.

Una delle slides utilizzate durante la conferenza stampa di presentazione della legge

Una delle slides utilizzate durante la presentazione della legge

L’idea infine ha preso forma recentemente all’interno di una proposta di legge presentata dal deputato Andrea Causin alla Camera dei Deputati e prevede tra le altre cose l’attribuzione al Giudice di Pace la competenza a decidere su tutti gli illeciti costituiti da comportamenti contrari alla sicurezza urbana o che comunque provocano degrado urbano. Al di la’ dell’aleatorietà della proposta e della conseguente discrezionalità con cui potrà essere applicata (chi decide quando l’accattonaggio o l’ubriachezza sono molesti? Si può penalizzare “l’accattonaggio condotto da soggetti abili ed in età da lavoro” in un paese che vede una disoccupazione ampiamente sopra il 10% con punte del 40% per le fasce di età più giovane? Se si sanziona “l’abuso di sostanze alcoliche” bisognerà arrestare mezza città il sabato sera?). Il quadro che emerge è quello di una interpretazione del concetto di “sicurezza urbana” esclusivamente incentrato sulla pubblica sicurezza anziché sul concetto più ampio di sicurezza sociale che comprenderebbe anche azioni di prevenzione, accompagnamento e sostegno, in diversi contesti, dalla scuola alla strada, ai luoghi frequentati dai giovani, agli spazi pubblici frequentati da tutti i cittadini.

Entrando nel merito delle azioni messe in campo, accanto ad una intensificazione dei controlli di polizia nelle zone più calde della città (principalmente zone intorno alla stazione e al parco della Bissuola) resa possibile anche grazie all’aumento del numero di soldati messi a disposizione dallo stato, da bravo architetto ha basato la propria strategia di contrasto alla criminalità e al degrado sull’arredo urbano; in particolare la panchina sembra essere il peggior nemico del sindaco Brugnaro. Cadono una dopo l’altra la panchine di Piazzale Bainsizza, di Piazzale Giovannacci, di via Casona e una panchina in muratura in via Carducci abbattuta addirittura con la ruspa. La ruspa è tornata inoltre in scena per demolire i cubi del parco della Bissuola con una spesa di più di sessantamila euro utilizzati per depauperare il patrimonio pubblico. Continue reading

[DOC] Prove di privatizzazione del pubblico impiego – Il “modello Venezia”

Il patron di Umana, principale società italiana di somministrazione di lavoro interinale, nonché Sindaco di Venezia, ha iniziato la sua “rivoluzione”. Sopravanzando il processo di esternalizzazione dei servizi pubblici, sta preparando il terreno per una più ampia e diffusa “privatizzazione” dello stesso lavoro nel pubblico, applicando i principi ispiratori del lavoro precarizzato e flessibile che hanno animato il jobs act.

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PROVE DI PRIVATIZZAZIONE DEL PUBBLICO IMPIEGO

Il “modello Venezia”

 

Entrare nell’atrio del palazzo comunale di Ca’ Farsetti a Rialto dà subito la percezione che qualcosa sia cambiato dopo l’insediamento della Giunta Brugnaro a maggio 2015. Regna un silenzio di tomba, tutto è asettico e stranamente “ordinato”; è sparita la grande bacheca dove non solo le organizzazioni sindacali lasciavano i loro comunicati, ma anche le associazioni del territorio e gli uffici stessi del Comune pubblicizzavano le loro iniziative di interesse pubblico. Perché Ca’ Farsetti era la Casa comunale, la Casa di tutti e tutte. E c’era sempre un gran viavai. Ora, soprattutto in occasione dei Consigli comunali, è sempre ben presidiato dalla polizia municipale, l’unico settore del Comune che, con il nuovo Piano occupazionale vedrà un aumento di organico. Gli addetti alla “sicurezza”, non solo sono stati costretti ad armarsi, nonostante il tentativo di obiezione di coscienza di molti operatori, ma, secondo il nuovo Regolamento della PM, dovranno essere ben selezionati, seguendo standard fisici e prestazionali rispondenti allo stereotipo dei migliori film polizieschi.

La rivoluzione della Giunta Brugnaro inizia proprio da qui. Da una parte fare passare l’idea che i problemi della città si possano risolvere con ordine, sicurezza e “lotta al degrado”; dall’altra che la causa principale dei malfunzionamenti dell’amministrazione siano causati dai dipendenti pubblici “fannulloni” e da una macchina amministrativa da cambiare. Cambiamenti certo necessari e auspicabili, ma in quale direzione? Il Sindaco, patron di Umana, una delle più grandi società di lavoro interinale d’Italia, ha un’idea ben precisa del lavoro: deve essere de-professionalizzato, interscambiabile, flessibile, precario, ricattabile e a basso costo. E l’organizzazione interna deve prevedere una solida “catena di comando”, ovviamente in mano sua. E’ forse per questo che vede nei sindacati meno accondiscendenti un odioso ostacolo. Perché, nel bene e nel male, riescono ancora ad organizzare i lavoratori e le lavoratrici, a farli uscire dall’isolamento e a contestare il suo pensiero, che li vorrebbe succubi e in competizione tra loro. Un vero “paròn”. Ed è così che tratta i 3000 dipendenti comunali, come se fossero tutti al servizio suo e non dei cittadini, adottando la leva del ricatto degli ordini di servizio, dei trasferimenti o dei demansionamenti alla dirigenza, o ad esempio legando l’erogazione di incentivi alla presentazione delle migliori “idee vincenti”, come se il lavoro e la professionalità fossero un gioco a premi. Continue reading

[DOC] DALLA POLITICA INCLUSIVA ALLA POLITICA ESPULSIVA colloquio con Claudia Mantovan – 29 settembre 2016

 

controllo-di-vicinatoI Cobas autorganizzati del Comune di Venezia pensano sia importante continuare a mantenere vivo il dibattito sulla sicurezza, evidenziando da subito i seguenti riscontri statistici: in Veneto si è registrato un calo di reati superiore all’8%; i furti denunciati sono calati del 12% e quelli in abitazione addirittura del 16,8%, mentre le rapine segnano un meno 4% (dati Istat 2015/2016). In Provincia di Venezia si registra una diminuzione del totale dei reati superiore al 15%; i furti sono calati del 16,2 per cento, e quelli in abitazione addirittura del 30 per cento; i borseggi sono calati del 6 per cento mentre i furti nei negozi del 11,2%; le rapine: calo del 7,7 per cento; in abitazione calo del 28%; sulla strada del 6,3% (dati Istat 2015/2016). In Comune: la diminuzione del totale dei reati è pari al 8,8%, quella dei furti al 2,4%, mentre le rapine sono rimaste pressoché invariate.

Per capire perché, nonostante questi dati oggettivi, la questione sicurezza sia costantemente posta al centro del dibattito politico e mediatico, abbiamo intervistato Claudia Mantovan, docente di “Sociologia della devianza” e di “Sociologia di comunità e del territorio” presso l’Università di Padova.

 

Incontriamo Claudia nel bar di fronte alla stazione di Mestre, luogo citato molto spesso nella cronaca locale per episodi di conflitto legati alla questione della “sicurezza”, e le chiediamo un approfondimento su questi temi.

«La sicurezza è un concetto ampio, l’influente sociologo polacco Zygmunt Bauman ne individua almeno tre accezioni: sicurezza globale intesa come certezza del futuro; sicurezza sociale garantita dal welfare state (ossia la messa al riparo dai rischi connessi alla perdita del lavoro, alla povertà, alla malattia, alla vecchiaia, ecc.); sicurezza personale intesa come difesa del proprio corpo e dei propri beni dalla criminalità. Il problema è che, a partire dagli anni Novanta, quest’ultima è l’unica accezione di sicurezza di cui molti politici e giornalisti parlano, ed è invece quasi completamente abbandonato il tema della sicurezza sociale.»

Chiediamo a Claudia le ragioni di questo fenomeno, e lei prosegue:

«L’esplodere del tema della sicurezza personale e l’occultamento di quello della sicurezza sociale è dovuto ad un cambiamento nelle modalità attraverso le quali le democrazie occidentali esercitano il controllo sociale, che si determina non più attraverso l’inclusione ma attraverso l’esclusione. Al progressivo smantellamento dello Stato sociale, e al conseguente incremento dell’esclusione sociale cui si assiste oggi, è infatti corrisposto un po’ dappertutto un inedito sviluppo dell’apparato repressivo degli Stati. Questo si è tradotto, nella maggior parte dei Paesi occidentali, in politiche della “tolleranza zero”, improntate alla repressione dei comportamenti che, pur non configurando alcun reato o reati minori, sono molesti e danno la sensazione al cittadino di vivere in una città “degradata”: l’azione repressiva si è dunque indirizzata verso chi richiede elemosina in modo insistente, le prostitute di strada, gli ubriachi e i tossicodipendenti che stazionano in luoghi pubblici, i senza dimora, e così via. Si tratta di interventi esclusivamente d’immagine, effettuati a fini di consenso politico, ma che in concreto sono spesso controproducenti, perché spingono sempre più i soggetti fragili verso l’invisibilità, rendendo sempre più precaria la loro condizione e anche più a rischio la sicurezza della collettività. Inoltre, i bersagli di questi processi di criminalizzazione vengono rappresentati come i colpevoli della loro condizione, occultando così il legame politico tra la loro condizione di miseria e le responsabilità politiche e sociali».

Claudia ha approfondito questi temi anche in riferimento alla nostra città, in un libro recente di cui è coautrice e che si intitola “Quartieri contesi. Convivenza, conflitti e governance nelle zone Stazione di Padova e Mestre” (FrancoAngeli, 2015). Le chiediamo cosa ha riscontrato nella città di Venezia:

«Nel corso degli anni Venezia ha declinato la sicurezza anche e soprattutto come sicurezza sociale, investendo molto sulle politiche sociali e cercando di dare risposte diverse in quartieri in crisi d’identità, collaborando con i cittadini ad individuare e a rimuovere le cause reali del disagio, anche attivando servizi ad hoc, costituendo ponti intergenerazionali e interculturali che favorissero la comunicazione tra frammenti sociali che non comunicavano, avvalendosi di servizi creati appositamente come l’ ETAM-animazione di comunità e territorio, l’unità operativa contro la prostituzione e lo sfruttamento lavorativo, la riduzione del danno, i senza fissa dimora. Servizi in favore della sicurezza di tutti, in accordo con le realtà cittadine associate.

Un approccio costruttivo ed utile ma con alcune contraddizioni perché non sempre portato avanti in modo unitario dall’intera amministrazione, e che ad esempio nella Giunta Orsoni si associava a tentativi di cavalcare l’onda securitaria per intervenire sulla cosiddetta “insicurezza percepita”».

Le ultime tendenze individuate da Claudia Mantovan nella giunta Orsoni sono ora state portate all’estremo: oggi nella nostra città è prevalente la retorica della sicurezza dalla criminalità e le politiche sono orientate prevalentemente in quella direzione. Questo produce un lento e inesorabile disimpegno della comunità dalla difesa e recupero delle fragilità sociali, determinando la diffusione della “cultura del controllo”. La politica, concentrando l’attenzione sul tema della criminalità molto più spendibile elettoralmente, alimenta l’impressione che i politici stiano facendo qualcosa e quindi diventa fondamentale per ottenere consenso.

Vanno in questa direzione la promozione dei “Gruppi di vicinato” con la funzione di osservatori e segnalanti di fenomeni di criminalità e situazioni di degrado e disagio sociale; si ipotizzano corsi d’informazione e formazione affinché i volontari imparino a distinguere una rissa da una ressa, sollecitando i cittadini a dare una mano a migliorare la sicurezza percepita o reale, così come la volontà di attivare delle detenzioni amministrative per soggetti che disturbano il quieto vivere, la chiusura e recinzione dei parchi presidiati con esercito e forze dell’ordine, con una videosorveglianza diffusa e la decisione di armare tutta la Polizia Municipale.

Questi modelli, secondo Claudia Mantovan, «alimentano l’ossessione securitaria trasformando i cittadini in vigilanti e provocando quello che è stato definito “il circolo vizioso dell’emergenza”: più alimenti un clima di stato d’assedio, più fomenti il vissuto di insicurezza nei cittadini, deviando le risorse da azioni finalizzate a rimuovere le condizioni di disagio e da interventi di formazione culturale e interculturale». La sociologa sottolinea anche come negli ultimi anni la spettacolarizzazione dei reati da parte di Tv e giornali abbia contribuito ad influenzare il sentimento di paura del cittadino: «spesso i media locali contribuiscano a favorire la criminalizzazione di determinati luoghi, con una rappresentazione che lega molto l’immigrazione alla criminalità e al degrado, in linea con la rappresentazione nazionale: fino agli anni ’80 per degrado si intendeva degrado urbanistico e/o architettonico, adesso si riferisce sempre alla semplice presenza di esseri umani indesiderati che non ci piacciono».

In sintesi, si tratta di decidere su che tipo di sicurezza e, soprattutto, di società puntare: in sintonia con la letteratura scientifica sul tema, è nostra convinzione che una città sicura sia una città vissuta, attraversata da politiche che favoriscono l’inclusione e la partecipazione sociale. Più è diffusa la sicurezza sociale per tutti, più si incrementa la sicurezza di tutti, e in questo senso va il nostro operato.