[DOC] DALLA POLITICA INCLUSIVA ALLA POLITICA ESPULSIVA colloquio con Claudia Mantovan – 29 settembre 2016

 

controllo-di-vicinatoI Cobas autorganizzati del Comune di Venezia pensano sia importante continuare a mantenere vivo il dibattito sulla sicurezza, evidenziando da subito i seguenti riscontri statistici: in Veneto si è registrato un calo di reati superiore all’8%; i furti denunciati sono calati del 12% e quelli in abitazione addirittura del 16,8%, mentre le rapine segnano un meno 4% (dati Istat 2015/2016). In Provincia di Venezia si registra una diminuzione del totale dei reati superiore al 15%; i furti sono calati del 16,2 per cento, e quelli in abitazione addirittura del 30 per cento; i borseggi sono calati del 6 per cento mentre i furti nei negozi del 11,2%; le rapine: calo del 7,7 per cento; in abitazione calo del 28%; sulla strada del 6,3% (dati Istat 2015/2016). In Comune: la diminuzione del totale dei reati è pari al 8,8%, quella dei furti al 2,4%, mentre le rapine sono rimaste pressoché invariate.

Per capire perché, nonostante questi dati oggettivi, la questione sicurezza sia costantemente posta al centro del dibattito politico e mediatico, abbiamo intervistato Claudia Mantovan, docente di “Sociologia della devianza” e di “Sociologia di comunità e del territorio” presso l’Università di Padova.

 

Incontriamo Claudia nel bar di fronte alla stazione di Mestre, luogo citato molto spesso nella cronaca locale per episodi di conflitto legati alla questione della “sicurezza”, e le chiediamo un approfondimento su questi temi.

«La sicurezza è un concetto ampio, l’influente sociologo polacco Zygmunt Bauman ne individua almeno tre accezioni: sicurezza globale intesa come certezza del futuro; sicurezza sociale garantita dal welfare state (ossia la messa al riparo dai rischi connessi alla perdita del lavoro, alla povertà, alla malattia, alla vecchiaia, ecc.); sicurezza personale intesa come difesa del proprio corpo e dei propri beni dalla criminalità. Il problema è che, a partire dagli anni Novanta, quest’ultima è l’unica accezione di sicurezza di cui molti politici e giornalisti parlano, ed è invece quasi completamente abbandonato il tema della sicurezza sociale.»

Chiediamo a Claudia le ragioni di questo fenomeno, e lei prosegue:

«L’esplodere del tema della sicurezza personale e l’occultamento di quello della sicurezza sociale è dovuto ad un cambiamento nelle modalità attraverso le quali le democrazie occidentali esercitano il controllo sociale, che si determina non più attraverso l’inclusione ma attraverso l’esclusione. Al progressivo smantellamento dello Stato sociale, e al conseguente incremento dell’esclusione sociale cui si assiste oggi, è infatti corrisposto un po’ dappertutto un inedito sviluppo dell’apparato repressivo degli Stati. Questo si è tradotto, nella maggior parte dei Paesi occidentali, in politiche della “tolleranza zero”, improntate alla repressione dei comportamenti che, pur non configurando alcun reato o reati minori, sono molesti e danno la sensazione al cittadino di vivere in una città “degradata”: l’azione repressiva si è dunque indirizzata verso chi richiede elemosina in modo insistente, le prostitute di strada, gli ubriachi e i tossicodipendenti che stazionano in luoghi pubblici, i senza dimora, e così via. Si tratta di interventi esclusivamente d’immagine, effettuati a fini di consenso politico, ma che in concreto sono spesso controproducenti, perché spingono sempre più i soggetti fragili verso l’invisibilità, rendendo sempre più precaria la loro condizione e anche più a rischio la sicurezza della collettività. Inoltre, i bersagli di questi processi di criminalizzazione vengono rappresentati come i colpevoli della loro condizione, occultando così il legame politico tra la loro condizione di miseria e le responsabilità politiche e sociali».

Claudia ha approfondito questi temi anche in riferimento alla nostra città, in un libro recente di cui è coautrice e che si intitola “Quartieri contesi. Convivenza, conflitti e governance nelle zone Stazione di Padova e Mestre” (FrancoAngeli, 2015). Le chiediamo cosa ha riscontrato nella città di Venezia:

«Nel corso degli anni Venezia ha declinato la sicurezza anche e soprattutto come sicurezza sociale, investendo molto sulle politiche sociali e cercando di dare risposte diverse in quartieri in crisi d’identità, collaborando con i cittadini ad individuare e a rimuovere le cause reali del disagio, anche attivando servizi ad hoc, costituendo ponti intergenerazionali e interculturali che favorissero la comunicazione tra frammenti sociali che non comunicavano, avvalendosi di servizi creati appositamente come l’ ETAM-animazione di comunità e territorio, l’unità operativa contro la prostituzione e lo sfruttamento lavorativo, la riduzione del danno, i senza fissa dimora. Servizi in favore della sicurezza di tutti, in accordo con le realtà cittadine associate.

Un approccio costruttivo ed utile ma con alcune contraddizioni perché non sempre portato avanti in modo unitario dall’intera amministrazione, e che ad esempio nella Giunta Orsoni si associava a tentativi di cavalcare l’onda securitaria per intervenire sulla cosiddetta “insicurezza percepita”».

Le ultime tendenze individuate da Claudia Mantovan nella giunta Orsoni sono ora state portate all’estremo: oggi nella nostra città è prevalente la retorica della sicurezza dalla criminalità e le politiche sono orientate prevalentemente in quella direzione. Questo produce un lento e inesorabile disimpegno della comunità dalla difesa e recupero delle fragilità sociali, determinando la diffusione della “cultura del controllo”. La politica, concentrando l’attenzione sul tema della criminalità molto più spendibile elettoralmente, alimenta l’impressione che i politici stiano facendo qualcosa e quindi diventa fondamentale per ottenere consenso.

Vanno in questa direzione la promozione dei “Gruppi di vicinato” con la funzione di osservatori e segnalanti di fenomeni di criminalità e situazioni di degrado e disagio sociale; si ipotizzano corsi d’informazione e formazione affinché i volontari imparino a distinguere una rissa da una ressa, sollecitando i cittadini a dare una mano a migliorare la sicurezza percepita o reale, così come la volontà di attivare delle detenzioni amministrative per soggetti che disturbano il quieto vivere, la chiusura e recinzione dei parchi presidiati con esercito e forze dell’ordine, con una videosorveglianza diffusa e la decisione di armare tutta la Polizia Municipale.

Questi modelli, secondo Claudia Mantovan, «alimentano l’ossessione securitaria trasformando i cittadini in vigilanti e provocando quello che è stato definito “il circolo vizioso dell’emergenza”: più alimenti un clima di stato d’assedio, più fomenti il vissuto di insicurezza nei cittadini, deviando le risorse da azioni finalizzate a rimuovere le condizioni di disagio e da interventi di formazione culturale e interculturale». La sociologa sottolinea anche come negli ultimi anni la spettacolarizzazione dei reati da parte di Tv e giornali abbia contribuito ad influenzare il sentimento di paura del cittadino: «spesso i media locali contribuiscano a favorire la criminalizzazione di determinati luoghi, con una rappresentazione che lega molto l’immigrazione alla criminalità e al degrado, in linea con la rappresentazione nazionale: fino agli anni ’80 per degrado si intendeva degrado urbanistico e/o architettonico, adesso si riferisce sempre alla semplice presenza di esseri umani indesiderati che non ci piacciono».

In sintesi, si tratta di decidere su che tipo di sicurezza e, soprattutto, di società puntare: in sintonia con la letteratura scientifica sul tema, è nostra convinzione che una città sicura sia una città vissuta, attraversata da politiche che favoriscono l’inclusione e la partecipazione sociale. Più è diffusa la sicurezza sociale per tutti, più si incrementa la sicurezza di tutti, e in questo senso va il nostro operato.

 

INFORMATIVA SUI PERMESSI PER VISITE MEDICHE, ANALISI, PRESTAZIONI SPECIALISTICHE E ESAMI DIAGNOSTICI – settembre 2016

crocerossa_cobasSi ricorda a tutte le lavoratrici e i lavoratori che, dopo la disdetta unilaterale del nostro CCDI, i permessi per visite, analisi, prestazioni specialistiche e esami diagnostici sono regolati dalla normativa e dal CCNL nazionale.

L’Amministrazione comunale quindi, qualora si discosti da quanto stabilito da questi strumenti, commette un illecito.

Si riporta di seguito alcune semplici indicazioni e il dettaglio della norma in materia.

COSA FARE?

In caso di visite, terapie, prestazioni specialistiche o esami diagnostici

  • Per buona norma avvertire preventivamente via MAIL della prevista assenza il proprio Responsabile e il/la proprio/a addetto/a RAP;
  • Presentare poi l’attestazione di presenza  (dalle ore… alle ore…) rilasciata dalla struttura o dal medico che ha fatto la prestazione sanitaria, sia che si decida di prendersi l’intera giornata di malattia, sia che si decida di prendere permessi personali;

Nel caso in cui si scelga di “prendere un giorno di malattia”:

  • NON SERVE il certificato del medico di base*, ma è sufficiente l’attestazione della struttura che ha fatto la prestazione medica. Non vale invece l’autocertificazione;
  • NON SERVE rispettare le fasce di reperibilità presso la propria abitazione;
  • NON SERVE dimostrare che le visite potevano essere effettuate solo in orari coincidenti con quelli di lavoro.

In caso di richieste da parte del proprio Responsabile, del/la proprio/a addetto/a RAP o dell’Amministrazione, diverse o discordanti da quanto sopra esposto, contattare immediatamente il Sindacato: cobas@comune.venezia.it

i COBAS Lavoratori autorganizzati del Comune di Venezia forniranno assistenza legale in caso di contestazioni disciplinari da parte dell’Amministrazione

COSA DICE LA NORMATIVA IN MATERIA?

Il comma 5-ter dell’art. 55-septies del D. Lgs 165/01 prevede che: nel caso in cui l’assenza per malattia abbia luogo per l’espletamento di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici il permesso è giustificato mediante la presentazione di attestazione, anche in ordine all’orario, rilasciata dal medico o dalla struttura, anche privati, che hanno svolto la visita o la prestazione o trasmessa da questi ultimi mediante posta elettronica.

Rilevato che, nonostante la formulazione non esattamente felice del periodo, l’uso della congiunzione disgiuntiva “o” “tra presentazione di attestazione” e “trasmessa da questi ultimi mediante posta elettronica”, rende evidente l’intenzione del legislatore di individuare due modalità alternative di inoltro dei certificati che attestano le ragioni dell’assenza, una cartacea e una telematica.

Non ci sono quindi dubbi sul fatto che tali assenze siano giustificate con la presentazione dell’attestazione della struttura o del medico che ha svolto la prestazione.

Preso atto che la Circolare del Comune di Venezia  Prot. Gen. n. 374020 del 5 agosto 2016 “Chiarimenti sulle assenze per visite mediche”, cita letteralmente il comma di legge di cui sopra, abbiamo diffidato l’Amministrazione all’applicazione corretta e letterale delle sue stesse indicazioni, ponendo termine immediatamente alla richiesta di presentazione della certificazione telematica del medico di base.

Non essendo poi ancora stati individuati appositi istituti in sede di contrattazione con l’ARAN, né potendosi mortificare il diritto alla salute costituzionalmente garantito, non può che essere consentito l’utilizzo dell’istituto della malattia. Quindi, se il CCNL non prevede la frazionabilità della malattia ad ore, l’assenza per malattia in caso di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici (da giustificare come sopra detto) non può che riguardare l’intera giornata lavorativa (indipendentemente dalla durata della prestazione medica, purché svolta in orario di lavoro).

Resta ovviamente per il dipendente la possibilità (e non l’obbligo) di utilizzare altri istituti, come i permessi personali o i recuperi ore, in base a una valutazione di convenienza e opportunità, che potrà tener conto, tra l’altro, della durata dell’impegno e del diverso contingente disponibile e regime d’indennizzo di ciascuna tipologia di permesso (ad esempio per evitare le conseguenti decurtazioni economiche).

Una volta operata la scelta, dovranno essere ottemperate le relative regole e procedure, non si individuano, infatti, deroghe espresse alle suddette norme. In particolare, per quanto riguarda le assenze richieste per malattia in caso di visite mediche o simili, esse possono avere durata solamente giornaliera, indipendentemente da quella della prestazione medica e vanno scalate dal periodo di comporto di cui all’art. 21 del CCNL, al pari di quelle richieste per patologie.

Sempre nell’ipotesi dell’assenza per malattia, solamente un aspetto potrebbe divergere dalle ordinarie regole di tale istituto: in questo caso, infatti, la malattia non va intesa come stato patologico e pertanto non può trovare applicazione la normativa che prevede la produzione del certificato telematico del medico di base e l’obbligo di rispettare le fasce orarie di reperibilità presso la propria abitazione*.

E’ ovvio, quindi, che, nel caso di assenza per visite, terapie, prestazioni specialistiche o esami diagnostici, le Amministrazioni Pubbliche non possono pretendere la produzione del certificato di malattia del medico di base quando non coesista anche uno stato morboso in atto (ciò significherebbe pretendere che il medico di base rilasci un certificato falso).

A conferma di ciò, riportiamo la parte del parere dell’Ordine dei Medici che chiarisce l’impossibilità di usare il certificato di malattia per altri scopi:

“[…] il certificato di malattia rilasciato dal Medico di Medicina Generale (MMG) per giustificare l’assenza dal lavoro di un dipendente consiste nell’attestazione di uno stato morboso tale da impedire al paziente di fornire la sua prestazione lavorativa per l’intera giornata e per tutte le giornate ritenute necessarie alla guarigione. Il certificato prevede infatti l’indicazione di una diagnosi (per il paziente) e di una prognosi (per il paziente e il datore di lavoro). Da ciò si evince che tale certificazione (certificato di malattia) non ha nulla né può avere a che fare con l’assenza dal lavoro utile all’espletamento di visite, terapie, prestazioni specialistiche od esami diagnostici, per il quale è espressamente previsto il rilascio di apposite attestazioni da parte delle strutture di riferimento. […]“.

Da quanto detto sopra ne consegue che le Amministrazioni Pubbliche non possono richiedere la visita fiscale, o pretendere il rispetto delle fasce di reperibilità come se si trattasse di un’assenza per “malattia in senso stretto”, cioè dovuta ad uno stato patologico, certificato dal curante, e che può quindi essere sottoposto a controllo medico fiscale.

Riguardo il diverso parere dell’ANCI in merito a questo ultimo punto, si fa presente che l’ANCI, non è un organo legislativo della Repubblica Italiana, non ha alcun potere normativo né prescrittivo. Resta pertanto fermo quanto chiaramente espresso dalla normativa e dall’attuale CCNL.

Cobas Lavoratori autorganizzati del Comune di Venezia