[DOC] “CI VORREBBERO LE MAZZE” – Sicurezza e spazio pubblico durante il mandato Brugnaro

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A più di un anno dall’insediamento della giunta Brugnaro proviamo a fare un bilancio provvisorio delle politiche e sulle azioni che hanno caratterizzato l’azione amministrativa sul tema della sicurezza pubblica. Politiche ed azioni basate principalmente sulla militarizzazione dello spazio pubblico e sulla persecuzione delle categorie socialmente più fragili che non sembrano dare i frutti promessi in campagna elettorale.

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“CI VORREBBERO LE MAZZE”

Sicurezza e spazio pubblico durante il mandato Brugnaro

 

Sin dalle prime battute di campagna elettorale la sicurezza è stata uno dei cavalli sui quali Luigi Brugnaro ha scommesso per la cavalcata vittoriosa verso Ca’ Farsetti e uno dei temi sui quali più si è impegnato da sindaco nella politica locale e nazionale. Sarà quindi sicuramente utile dopo più di un anno di governo tentare di ricostruire l’insieme delle politiche e delle azioni messe in campo e cercare di verificarne gli esiti.
Il sindaco non difetta di schiettezza: il pensiero in termini di sicurezza è stato espresso dal diretto interessato in varie occasioni, tra cui durante l’ultimo festival della politica con il Ministro della Giustizia Orlando e con i sindaci di Verona, Vicenza e Treviso. In estrema sintesi, il pensiero del sindaco è che il “degrado” si possa combattere e la sicurezza urbana raggiungere, facendo rispettare le elementari regole di decoro urbano come il divieto di gettare sigarette o cartacce per terra o quello di lordare strade e piazze in occasione di manifestazioni o anche di celebrazioni come ad esempio le lauree. Per far rispettare queste regole, Brugnaro ha invocato più volte la concessione di poteri di polizia per se stesso e per i primi cittadini d’Italia, pena l’inutilità dell’azione repressiva. Più volte ha invocato la possibilità di poter chiudere in cella di sicurezza e di far rilasciare dietro cauzione tutti quei soggetti colpevoli di comportamenti devianti come ad esempio ubriachezza molesta, scippo, accattonaggio.

Una delle slides utilizzate durante la conferenza stampa di presentazione della legge

Una delle slides utilizzate durante la presentazione della legge

L’idea infine ha preso forma recentemente all’interno di una proposta di legge presentata dal deputato Andrea Causin alla Camera dei Deputati e prevede tra le altre cose l’attribuzione al Giudice di Pace la competenza a decidere su tutti gli illeciti costituiti da comportamenti contrari alla sicurezza urbana o che comunque provocano degrado urbano. Al di la’ dell’aleatorietà della proposta e della conseguente discrezionalità con cui potrà essere applicata (chi decide quando l’accattonaggio o l’ubriachezza sono molesti? Si può penalizzare “l’accattonaggio condotto da soggetti abili ed in età da lavoro” in un paese che vede una disoccupazione ampiamente sopra il 10% con punte del 40% per le fasce di età più giovane? Se si sanziona “l’abuso di sostanze alcoliche” bisognerà arrestare mezza città il sabato sera?). Il quadro che emerge è quello di una interpretazione del concetto di “sicurezza urbana” esclusivamente incentrato sulla pubblica sicurezza anziché sul concetto più ampio di sicurezza sociale che comprenderebbe anche azioni di prevenzione, accompagnamento e sostegno, in diversi contesti, dalla scuola alla strada, ai luoghi frequentati dai giovani, agli spazi pubblici frequentati da tutti i cittadini.

Entrando nel merito delle azioni messe in campo, accanto ad una intensificazione dei controlli di polizia nelle zone più calde della città (principalmente zone intorno alla stazione e al parco della Bissuola) resa possibile anche grazie all’aumento del numero di soldati messi a disposizione dallo stato, da bravo architetto ha basato la propria strategia di contrasto alla criminalità e al degrado sull’arredo urbano; in particolare la panchina sembra essere il peggior nemico del sindaco Brugnaro. Cadono una dopo l’altra la panchine di Piazzale Bainsizza, di Piazzale Giovannacci, di via Casona e una panchina in muratura in via Carducci abbattuta addirittura con la ruspa. La ruspa è tornata inoltre in scena per demolire i cubi del parco della Bissuola con una spesa di più di sessantamila euro utilizzati per depauperare il patrimonio pubblico.
Accanto alla rimozione delle panchine e alla demolizione di edifici pubblici, l’altro filone di questa strategia è la recinzione e la chiusura notturna dei parchi pubblici cittadini: la giunta nell’estate del 2016 preleva dal fondo di riserva del Comune centocinquantamila euro per chiudere nelle ore notturne i parchi Sabbioni, Querini e Piraghetto. A questi si dovrebbero aggiungere 700 mila euro per la costruzione di un recinto che chiuda l’intero parco della Bissuola per il quale si cercano sponsor. Alzano muri e mai come in questo periodo la cosa ci fa venire i brividi.

«I continui controlli ai giardini di via Piave e in via Monte San Michele producono risultati» spiega alla Nuova Venezia il 20 maggio 2016 il comandante dei vigili Marco Agostini, «e il problema spaccio si sta spostando altrove. Ora si tratta di capire dove e stargli con il fiato sul collo, sempre». Bravo il comandante della polizia municipale cittadina a scoprire che gli spacciatori – a differenza di parchi e panchine – si spostano. Lo sanno bene gli abitanti dello stabile all’angolo tra via Ca’ Rossa e via Bissuola costretti mesi or sono a recintare il proprio condominio, diventato area di spaccio anche in conseguenza delle frequenti retate delle forze dell’ordine al parco della Bissuola o ancora i frequentatori del parco di Piazzale Bainsizza che si sono visti sottrarre le panchine diventate punto di spaccio.

Un gioco al gatto e al topo dove a rimetterci è sempre e costantemente la qualità dello spazio pubblico, mentre il problema dello spaccio, ben lungi dall’essere risolto semplicemente, si sposta nella strada accanto. Per questo siamo convinti che lo stesso risultato sortirà l’abbattimento dei cubi all’interno del parco della Bissuola, sessantamila euro verranno spesi per demolire qualcosa che a suo tempo si era pagato per costruire e per far spostare lo spaccio di qualche metro, senza modificare di una virgola i termini del problema.

Un ulteriore filone della strategia di contenimento della devianza, speriamo morto sul nascere, è emerso con perfetto tempismo lo scorso natale sempre per bocca del sindaco: delocalizzare le mense di Ca’ Letizia e di via Cappuccina in una non meglio precisata periferia presso un’area ribattezzata dallo stesso Brugnaro come “Cittadella della povertà”. Contro questa proposta di un approccio che possiamo definire di igienismo sociale e che ricorda soluzioni adottate in anni bui del nostro recente passato, c’è stata una levata di scudi da parte di associazioni e figure politiche e religiose capitanata dal patriarca Moraglia che ha affermato «portare un luogo deputato alla carità fuori, come se ci fossero barriere divisive all’interno della comunità civica non è solo nascondere la povertà ma creare disparità». Per il momento l’iniziativa sembra rientrata, ma conoscendo i personaggi restiamo in attesa di altre brillanti intuizioni.

A questo desolante quadretto, hanno coinciso delle precise scelte politiche di disimpegno rispetto alle politiche sociali di prevenzione e di sostegno alle categorie più vulnerabili e di militarizzazione del corpo dei vigili urbani.

Ormai da un anno e mezzo gli uffici dell’amministrazione cittadina sono in attesa di avere un chiaro mandato politico che permetta ai servizi di operare, tutti in attesa di una ormai fantomatica ri-organizzazione, avviata ma ancora oggi molto distante dall’essere conclusa. Si è creata di conseguenza una situazione di assoluta paralisi all’interno dell’ente e intanto importanti attività come lo sportello rivolto agli immigrati che si svolgeva a Venezia e a Mestre non è più attivo come non sono più attivi molti dei progetti che vedevano gli operatori di strada impegnati in un faticoso lavoro di prossimità per contattare e indirizzare persone a rischio di devianza sociale. Inoltre, a causa di una carenza di personale resa ancora più grave dal mancato rinnovo, lo scorso dicembre, di 28 operatori del sociale, gli assistenti sociali e gli educatori dei servizi territoriali sono sempre di più schiacciati ad operare nell’emergenza sacrificando progetti di prevenzione e sostegno educativo. In particolare, il numero insufficiente di assistenti sociali ha comportato due principali conseguenze: l’impossibilità dei servizi di rispondere in modo adeguato ai bisogni e alle domande delle persone e l’appiattimento delle diverse specificità lavorative e professionali. Senza tralasciare che, a fronte di nuove misure d’intervento governative contro la povertà, come la Carta SIA o i progetti di politiche attive, il lavoro dei servizi sociali territoriali è previsto da decreto oltre che opportuno e necessario. Nel frattempo sono stati armati tutti i vigili urbani ed è stato da poco bandito un concorso per l’assunzione di 70 nuovi vigili con contratto di formazione-lavoro.

Sono infine abbandonati a loro stessi alcuni gruppi di cittadini storicamente attivi sul territorio come ad esempio il gruppo di lavoro di via Piave, che per anni si è occupato di rigenerare un quartiere difficile, nei pressi della stazione. Persone che si impegnavano con i servizi competenti del Comune, per cercare di trovare soluzioni a carenze urbanistiche e di convivenza. Negli anni, attraverso azioni, dall’arredo urbano alle iniziative culturali, hanno facilitato la creazione di legami, cercato di riappropriarsi del proprio quartiere. Non si sono limitati a denunciare le problematicità e hanno assunto un ruolo di responsabilità attiva. Cittadini che hanno preso in gestione una casa abbandonata, frequentata da persone in condizioni di esclusione sociale e ne hanno fatto un luogo di arte e cultura aperto a tutti.. Progetti che si sono potuti realizzare grazie ad un lavoro di regia tra servizi sociali, forze dell’ordine e abitanti del quartiere. Questi, non hanno avuto nessun sostegno dall’attuale amministrazione. Questa amministrazione forse preferisce alcuni cittadini rispetto ad altri.
A fronte di una situazione che vede nel Comune di Venezia una diminuzione dei reati pari al 8,8% (dati Istat 2015/2016) la risposta di questa amministrazione è l’intensificazione dei controlli di polizia e la militarizzazione del corpo di polizia municipale, il depauperamento del patrimonio pubblico, il contenimento e la ghettizzazione della devianza e il disimpegno nel sociale. Questa strategia ha portato qualche frutto?

Una prima risposta ci arriva da Google che ancora nel settembre 2016 sulle proprie mappe rinomina i giardinetti di via Piave “parco badanti e spacciatori” con buona pace degli obiettivi dell’amministrazione. Una certa idea se la devono essere fatta anche gli abitanti delle zone attorno alla stazione se nei primi giorni del 2017, esasperati, arrivano a scrivere l’ottava lettera di denuncia al sindaco circa la situazione in cui sono costretti a vivere, mentre anche gli abitanti di via Garibaldi nei giorni scorsi scrivevano al Sindaco preoccupati per il degrado e l’incuria che investono anche la loro zona. E se Mestre piange, Marghera non ride. È dell’inizio dell’anno anche la lettera di Rubens Gebbani, ex portavoce della delegazione di Zona di Marghera che alla fine di un lungo elenco di carenze da parte dell’amministrazione assegna un bel 4 in pagella al sindaco specificamente sul tema della sicurezza.

Un discorso a parte, pur se centrale per la valutazione dell’operato di questa amministrazione sul tema sicurezza, va fatto sugli investimenti fatti e sui finanziamenti raccolti per riqualificare le zone più problematiche della città. Anche in questo caso l’operato dell’amministrazione non ha brillato per efficacia, il 3 maggio 2016 infatti gli spagnoli di H10, una importante compagnia alberghiera di rilevanza europea, si sono sfilati dall’accordo per la riqualificazione della stazione di Mestre mandando di fatto in fumo l’accordo di programma stilato due anni prima e il conseguente investimento complessivo stimato in cento milioni di euro tra capitali pubblici e privati (H10 da sola avrebbe investito 30 milioni di euro), tutti localizzati tra la stazione, i giardini di via Piave e lo scalo merci adiacente al parco del Piraghetto. Motivo? L’undici gennaio dello stesso anno, a sorpresa, poco prima della firma dell’accordo tra le parti, il sindaco ritirava le deleghe per la sottoscrizione ai propri tecnici mandando in fumo cinque anni di lavoro e di mediazioni con gli altri soggetti firmatari: Rete Ferroviaria Italiana spa, FS Sistemi Urbani, l’immobiliare Favretto, proprietaria dell’edificio ex poste a fianco della stazione e gli investitori che sulla sede dell’edificio avrebbero costruito un nuovo albergo. Conseguenze? Rinviare a data da destinarsi la riqualificazione di tre aree cruciali all’interno di una delle zone più critiche della città e con questa la possibilità di una riqualificazione socio-economica dell’intera zona. Sindaco e assessori sono più volte tornati sul tema promettendo una stazione ponte che ricolleghi Mestre con Marghera molto simile a quella prevista negli anni novanta ma allo stato attuale non ci sono finanziatori chiari e a domanda precisa circa la provenienza dei capitali destinati alla realizzazione del progetto le risposte sono sempre evasive.

Le aree interessate dal progetto di riqualificazione della stazione di Mestre

Le aree interessate dal progetto di riqualificazione della stazione di Mestre

Nel frattempo sono da poco usciti i risultati del bando “Programma straordinario di intervento per la riqualificazione urbana e la sicurezza delle periferie” meglio conosciuto come “Progetto periferie”, quale miglior banco di prova per dare gambe al disegno e alle idee dell’amministrazione nell’ottica della riqualificazione urbana? La classifica finale ci vede però in centotredicesima posizione su centoventi città partecipanti con un imbarazzante punteggio di 25/100 punti. L’amministrazione è stata rassicurata sul fatto che il finanziamento di dodici milioni e mezzo di euro arriverà comunque. Restano la pessima figura maturata a livello nazionale e il dubbio sulle reali capacità programmatorie dell’amministrazione cittadina.

Un ultimo accenno va fatto all’esperienza del gruppo G124, promosso dal senatore Renzo Piano, che ha lavorato per tutto il 2016 sulle aree dismesse e degradate di Marghera con lo scopo dichiarato di “ricucire le periferie” e che, dopo un anno di lavoro in sinergia con diversi gruppi di cittadini di Marghera, il cinque di febbraio ha presentato i risultati del lavoro svolto e inaugurato un piccolo giardino dal forte valore simbolico nei pressi degli orti di via Bottenigo. Come non approfittare del contributo di un gruppo diretto da uno degli architetti più famosi al mondo che si attiva per uno scopo in linea con gli indirizzi dell’amministrazione? Purtroppo, né il Sindaco, né alcun componente di Giunta o della maggioranza consiliare ha partecipato alla presentazione/inaugurazione del progetto, dimostrando quale interesse abbia l’amministrazione per un progetto di altissimo livello qualitativo, realizzato senza alcuna spesa per il Comune di Venezia e che, così, probabilmente resterà “lettera morta”. In compenso il giorno dopo il sindaco in visita al Circus di Chirignago con la commissione parlamentare di inchiesta sulle periferie consigliava l’uso della mazza (da baseball) quale efficace strumento di lotta al degrado.

“Ve par che semo più al sicuro?”

Ci sentiamo più tranquilli di uscire? Viviamo di più la città? Ci sentiamo davvero più sicuri con qualche panchina in meno e qualche militare in più? Non sarà forse comodo e conveniente sul piano elettorale spostare un sentimento di insicurezza esistenziale, legato anche alla lunga fase di crisi che stiamo attraversando sul piano della sicurezza personale, colpevolizzando e ghettizzando puntualmente gli altri ed i più deboli?

Noi crediamo che una politica per la sicurezza che sia davvero efficace debba muovere, eliminandole, dalle cause della marginalità ed essere necessariamente inclusiva e plurale. Crediamo inoltre che sia necessario rilanciare la convivialità degli spazi pubblici attraverso la promozione di iniziative ed eventi e che vada dato supporto a tutti quei cittadini, singoli e associati, che esprimono progettualità sul territorio e si attivano per tenere vivi gli spazi pubblici della città creando occasioni di incontro e di scambio in quei luoghi della città che sono di tutti per definizione.

Non sarà un caso se perfino il PM Nordio, persona non certo assimilabile agli ambienti di sinistra contro i quali spesso si scaglia il sindaco, all’interno dell’intervista rilasciata al Gazzettino in occasione del suo pensionamento abbia affermato che “Quando si passa alla repressione lo stato è già sconfitto” è che il “concetto di sbarre e manette è obsoleto”.

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